Maria nella bottega di un falegname
quando la necessità diventa complice dell’ingiustizia
Una nuova opera di Antonio Romano — ARart, ispirata a «La buona novella» di Fabrizio De André.
Ci sono canzoni che non si limitano a raccontare una storia. Ci costringono a guardare dentro le pieghe più scomode della condizione umana. È da questa consapevolezza che nasce «Maria nella bottega di un falegname», la mia nuova tela, un omaggio a Fabrizio De André e al suo album La buona novella.
Al centro della composizione domina una grande croce di legno. Accanto, la mano del falegname stringe il martello: il lavoro procede, il legno prende forma, i colpi scandiscono il ritmo di una tragedia che ancora deve compiersi. Maria è lì, davanti a quell’uomo, nel tentativo di comprendere quale destino si stia preparando per suo figlio.
La scena richiama il racconto della canzone di De André, ma il mio intento non è soltanto illustrarne le parole. Voglio fermarmi su ciò che si nasconde dietro quel gesto apparentemente ordinario: un uomo che lavora il legno per guadagnarsi da vivere, senza poter ignorare del tutto la portata di ciò che le sue mani stanno realizzando.
È qui che la vicenda assume un significato più ampio.
Il falegname non è necessariamente un uomo crudele. È un lavoratore, una persona che deve mantenere la propria famiglia. Sa che quelle croci sono destinate a uomini condannati a morte e che una di esse è per il figlio di Maria, un uomo che ha predicato un messaggio capace di mettere in discussione il potere costituito. Eppure continua il suo lavoro.
La necessità di vivere può diventare una giustificazione? Fino a che punto siamo responsabili di ciò a cui contribuiamo, anche quando lo facciamo per sopravvivere?
È la domanda che attraversa questa tela.
Il potere non ha sempre bisogno di eseguire direttamente le proprie decisioni: spesso riesce a coinvolgere persone comuni, trasformando il loro lavoro e i loro bisogni in strumenti per realizzare ciò che ha stabilito. È così che l’ingiustizia può compiersi anche attraverso gesti quotidiani, apparentemente estranei alla violenza che producono.
La croce, nella mia composizione, non è soltanto l’oggetto che il falegname sta costruendo. Diventa il punto in cui si incontrano il destino di un uomo, il dolore di una madre e la responsabilità di chi, anche senza condividere quell’ingiustizia, finisce per contribuire alla sua realizzazione.
Con quest’opera ho voluto dare forma a una riflessione che va oltre il racconto evangelico: quanto può costarci la necessità di obbedire? E quando il bisogno di sopravvivere rischia di renderci complici di ciò che sappiamo essere ingiusto?
È questo il dialogo che cerco nella pittura: partire da una storia conosciuta, attraversarne il significato umano e arrivare a una domanda che riguarda anche il nostro presente.
Perché le grandi ingiustizie non si compiono soltanto per mano di chi detiene il potere. A volte hanno bisogno anche delle mani di chi, semplicemente, deve lavorare per vivere.
Antonio Romano — ARart
Maria nella bottega di un falegname — Acrilico su tela, 50 × 40 cm, ottobre 2026. Omaggio a Fabrizio De André, «La buona novella».
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