Antonio Romano Arart

pittore

   

Antonio Romano ARart

Sono un semplice artista, come un semplice artigiano che cerca di fare qualcosa di utile, come potrebbe essere un attaccapanni o una sedia.

La differenza tra un attaccapanni e una tela è, forse, soltanto un po' più pervasiva. Con le mie tele cerco di dare piccole emozioni a chi desidera accoglierle.

Credo che alla radice di arte e artigianato ci sia qualcosa di profondamente comune: il fare, il creare, il dare forma a qualcosa che prima non esisteva. Nel Rinascimento questa distinzione quasi non esisteva: la bottega era il luogo in cui nascevano tanto le pale d'altare quanto gli oggetti della vita quotidiana. La parola greca téchne riuniva sotto un unico concetto tecnica, arte e artigianato.

È da questa idea che nasce anche il mio modo di intendere la pittura.

Il mio percorso

Sono nato ad Ancona il 31 ottobre 1972.

Per molti anni la mia vita professionale è stata quella di uno chef. Ho lavorato a Roma, Dublino, Rimini e in altri luoghi, portando con me una professione che considero ancora oggi profondamente legata al fare artigianale: materia, tecnica, ricerca, attenzione e sensibilità.

Il disegno e la pittura, però, mi accompagnano da sempre.

Nel 2019 ho smesso di esercitare la professione di cuoco e ho iniziato a dedicare sempre più spazio a quella che era stata una passione coltivata fin da giovane. Ho frequentato diversi corsi di disegno e pittura e ho iniziato a realizzare le mie prime tele.

Rimango, ancora oggi, un autodidatta.

Ma forse proprio questa condizione mi ha permesso di cercare la mia strada senza sentirmi legato a un'unica regola.

La mia pittura

La mia pittura nasce inizialmente dal territorio che conosco e amo: le Marche, Ancona, il mare, le colline, i paesaggi e i luoghi della memoria.

Nel tempo, però, il paesaggio è diventato anche un modo per parlare d'altro.

Nelle mie opere sono entrati la spiritualità, la solitudine, la memoria, la dimensione metafisica e trascendente. È nato il ciclo “La Cura”, nel quale la pittura diventa ricerca interiore e riflessione sul rapporto tra corpo, anima e trasformazione.

Con il tempo ho iniziato a comprendere che la mia pittura non deve necessariamente raccontare tutto attraverso la rappresentazione.

Quello che mi interessa sempre di più è il messaggio.

Un'opera può essere precisa, dettagliata, compiuta, oppure può lasciare qualcosa in sospeso. Può suggerire più che spiegare, può interrompersi prima di aver detto tutto. Quello che conta, per me, è che riesca ad arrivare a chi la guarda e a lasciare una traccia.

Non dipingo soltanto per rappresentare qualcosa.

Dipingo per dire qualcosa.

E forse è proprio qui che sto cercando il mio linguaggio più personale: nella possibilità di usare la pittura per scuotere, interrogare, emozionare e, quando serve, disturbare un po' le coscienze troppo abituate a non sentire.

Dalla pittura alla parola

Oggi questa ricerca sta compiendo un ulteriore passo.

La pittura non è più l'unico linguaggio attraverso cui cerco di raccontare ciò che sento. La parola, la scrittura e la pittura stanno iniziando a incontrarsi in un progetto più ampio, nel quale racconto e immagine possono diventare parti della stessa opera.

È nato così “I semafori rossi non sono Dio”, un progetto artistico nel quale piccoli racconti e pittura convivono e si confrontano con un tema che sento profondamente: il momento in cui una persona decide di non fermarsi più davanti a ciò che la limita e cerca la propria libertà.

Un percorso che continua

Negli ultimi tempi questo percorso ha iniziato a trasformarsi anche in occasioni concrete di incontro con il pubblico.

Ho recentemente presentato le mie opere nella mostra “Trilogia Marchigiana” a Cupramontana, un'esperienza che rappresenta una tappa importante del mio cammino artistico. Altre esposizioni sono già in programma e altre stanno prendendo forma.

È inoltre in uscita la mia prima monografia d'arte, “Le Marche dipinte – Luci, silenzi e cieli della terra marchigiana”, pubblicata da Youcanprint, dedicata alle opere che ho realizzato sul territorio marchigiano.

Per me non sono semplicemente traguardi, ma occasioni per continuare a portare le mie opere fuori dallo studio e a metterle in relazione con le persone.

Non so ancora dove porterà questa ricerca.

So soltanto che continuo a fare quello che ho sempre cercato di fare: dare forma a qualcosa che possa arrivare a qualcun altro.

A volte attraverso un paesaggio.

A volte attraverso una figura.

A volte attraverso una parola.

E se una mia opera riesce anche solo per un momento a fermare qualcuno, a farlo pensare, emozionare o sentire meno solo, allora credo che abbia trovato la sua utilità.

Perché, in fondo, anche l'arte può essere un oggetto utile.

Antonio Romano
ARart